Andiamo alla scoperta di uno dei più importanti rinvenimenti archeologici dell’ultimo secolo: parliamo dei Bronzi di Riace, opere che testimoniano uno dei momenti più alti della produzione scultorea di tutti i tempi. Spesso citati senza troppa attenzione per riferirsi al canone di bellezza maschile, le due statue raccontano una storia per niente definita ed ancora piena di interrogativi: chi rappresentano? Chi è l’autore? Da dove vengono e dove erano destinate? Scopriamo insieme la loro storia e le poche risposte che abbiamo.

Una storia che inizia il 16 agosto del 1972 quando un giovane romano, sub dilettante, segnalò di aver avvistato ad 8 metri di profondità ed a circa 200 mt dalla costa calabrese di Riace Marina (RC) delle statue in buone condizioni semisepolte nei fondali marini. Il ritrovamento è già di per sé una storia da raccontare a parte in quanto ricca di dubbi: pare che in realtà il primo avvistamento delle statue sia stato fatto da un gruppo di ragazzini privati del giusto riconoscimento oltre che della ricompensa spettante. Inoltre, nella denuncia di ritrovamento fatta il 17 agosto si parla di un “gruppo” di statue e non solo di due, dichiarazione che lascia pensare che, dal momento dell’avvistamento al momento del recupero da parte dei carabinieri sommozzatori dopo circa una settimana, qualcosa possa essere stato trafugato.

Bronzo di Riace

Le statue emerse dai fondali si rivelarono in tutta la loro bellezza fin da subito ma necessitavano ovviamente di una pulitura e restauro e a tal fine furono inviate nei laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Questa operazione durò 5 anni e lasciò emergere le prime importantissime informazioni: la lega di bronzo è risultato di due combinazioni diverse nelle due statue, altri materiali sono stati utilizzati (argento per denti e ciglia, rame per labbra e capezzoli, avorio e pietre per le pupille), alcune saldature per riparazioni erano state realizzate in epoca diversa.
Al temine di questo dovizioso lavoro di restauro, le statue furono esposte per qualche mese al Museo Archeologico Nazionale di Firenze dove riscossero un grande successo di visitatori per tornare infine a Reggio Calabria presso il Museo Archeologico Nazionale.

Nel corso degli anni si resero necessari altri interventi di restauro e mantenimento: a metà degli anni ‘80 e poi nuovamente tra il 1992 ed il 1995. In questa occasione le statue vennero parzialmente svuotate delle terre di fusione (il materiale interno che era servito per poterle modellare) passando a pesare da 400 a 160 kg. Infine, dopo un nuovo restauro tra il 2009 ed il 2011, nel 2013 sono state progettate delle basi in marmo di Carrara allo scopo di proteggerle da eventi sismici grazie alla presenza, tra un blocco e l’altro, di sfere di marmo in grado di assorbire eventuali sollecitazioni.
Restano da allora esposte nel Museo archeologico di Reggio Calabria in una sala dedicata con accesso filtrato e controllato.

Scopriamo qualche dettaglio in più su questi due capolavori, ma vi avvisiamo: informazioni certe ce ne sono poche!
Le due statue sono state nominate “Statua A” e “Statua B”, ma i reggini non esitano a chiamarle rispettivamente “il Giovane” ed “il Vecchio” anche se non pare esserci evidenza di una differente età tra i due uomini rappresentati. Sono alte 1,98 e 1,97 mt e sono realizzate in bronzo (una lega di rame e stagno) con qualche eccezione di materiale di cui abbiamo già detto. Rappresentano due uomini completamente nudi, giovani e forti, in posizione stante. L’anatomia è realizzata in modo pressoché perfetto, volto e testa sono realizzati con dovizia di particolari. La fronte è corrugata in atteggiamento concentrato e l’espressione è quella di un guerriero che si prepara alla battaglia. Studi approfonditi hanno evidenziato la presenza in origine di un elmo sulla testa della Statua A, indossato ma non ancora abbassato sul volto e di un copricapo sulla testa della Statua B. Certa è anche la presenza originaria di lance impugnate nella mano destra e di scudi sul braccio sinistro (suppellettili andate perdute).

La realizzazione risale al V secolo a.c. ad opera di scultori greci o di colonie greche, su questo dato gli studiosi paiono essere tutti concordi: la tecnica utilizzata, l’equilibrio nelle proporzioni, la resa anatomica ed i dettagli di posizione appartengono al cosiddetto periodo severo dell’arte greca, tra il 500 ed il 470 circa a. C.

Da dove provengono e come si sono ritrovate sui fondali della costa reggina? L’analisi della terra di fusione interna ha dato almeno alla prima domanda una risposta certa: la terra proviene da Argo ed è dunque lì che le statue sono state realizzate. Ci sono ancora alcuni studiosi che tuttavia si oppongono a questa evidenza sostenendo che in base al principio di superiorità della scultura Attica, tali realizzazioni non potevano che essere fatte ad Atene. Alla seconda domanda è invece molto difficile dare una risposta: non esiste apparentemente nessun reperto coevo nei dintorni del luogo in cui le statue sono state rinvenute, nessuna traccia dell’imbarcazione che doveva trasportare le statue, nessuna testimonianza materiale, nessuna cronaca. L’ipotesi più accreditata ritiene che i Bronzi, appartenenti ad un gruppo statuario, furono gettati in mare per alleggerire il carico dell’imbarcazione che li trasportava o che la nave stessa affondò insieme alle statue.

Bronzo dettaglio busto

Tante diverse ipotesi ma tutte autorevoli sono quelle relative all’autore/agli autori di questi capolavori. Alcuni parlano di Policleto di Argo, visto che la struttura delle statue rispecchia perfettamente i principi di equilibrio e proporzione che egli fissò nel suo “Canone”. A differenza però di tutte le opere certe di Policleto, i bronzi non hanno copie romane in marmo e questo solleva dei dubbi sulla sua paternità delle statue in questione. Altre tesi attribuiscono i Bronzi a Fidia, a Mirone, ad Agelada, ad Alcmene, fino ad arrivare a Pitagora di Rhegion, formatosi a Reggio e specializzatosi, lavorando in molte città della Grecia, nella riproduzione in bronzo degli atleti vittoriosi nelle competizioni olimpiche.

Forse la ricerca dell’autore sarebbe più facile se si sapesse almeno con certezza chi rappresentano i Bronzi, ma anche qui abbiamo tante ipotesi diverse. Molti studiosi ritengono si tratti di rappresentazioni di atleti oplitodromoi, cioè specializzati nella corsa con le armi, ma questo tipo di disciplina era eseguito con scudo e spada e non con la lancia, decisamente troppo ingombrante per i velocisti. L’ipotesi che si tratti di guerrieri combattenti è più plausibile ma il fatto che siano senza armatura e nudi riporta però ad una dimensione eroica più che alle fila dell’esercito di una polis greca. Un’ ipotesi plausibile è sviluppata a partire dal racconto di Eschilo “I sette contro Tebe” in cui Eteocle cacciò da Tebe il fratello Polinice il quale, da Argo, organizzò una spedizione con altri 7 re. I fratelli si diedero la morte a vicenda in battaglia.  Secondo questa teoria i bronzi potrebbero rappresentare i due fratelli sul punto di fronteggiarsi oppure essere parte di un gruppo di statue che narrava l’intera vicenda.

Tante domande, tantissime risposte ma (quasi) nessuna certezza, insomma. Non resta che visitare il Museo Archelogico Nazionale di Reggio Calabria e rimanere semplicemente a bocca aperta difronte a cotanta bellezza.

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